Salari, Italia ultima in Europa anche negli anni della pandemia e della guerra. Retribuzioni reali giù dell’8% dal 2019

Tratto da milanofinanza.it

L’Italia è stato il Paese europeo con la maggiore discesa dei salari reali, cioè al netto dell’inflazione, negli anni della pandemia e della guerra in Ucraina. La retribuzione reale per dipendente è scesa dell’8% tra il quarto trimestre 2019 e quello del 2023, secondo i dati di Unicredit, contro un -3% medio nell’Eurozona.

Per Marco Valli, capo globale della ricerca della banca, in Italia la forte contrazione degli stipendi reali deriva soprattutto «da rivendicazioni salariali relativamente contenute, da un processo scaglionato di rinnovo dei contratti e dall’assenza di un salario minimo».

Italia maglia nera in Europa

La dinamica degli stipendi consentirà all’Italia un recupero di competitività rispetto al resto d’Europa, ma penalizzerà la ripresa dei consumi. Il salario minimo è stato al centro della discussione politica: secondo la premier Giorgia Meloni «non risolve i problemi», mentre il Pd e il Movimento Cinque Stelle sono a favore e hanno avviato la raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare. Da molti anni la crescita delle retribuzioni in Italia è inferiore a quella degli altri Paesi soprattutto a causa della bassa produttività dell’economia.

I timori Bce sull’inflazione

I salari sono da tempo sotto la lente della Bce per i timori di un impatto sull’inflazione, tale da rendere più difficile il ritorno all’obiettivo del 2%. Tuttavia la retribuzione reale per dipendente è scesa in media nell’Eurozona, mentre negli Usa è aumentata dell’1%. Non si vedono così rischi di spirali tra salari e prezzi. I lavoratori stanno tentando di recuperare potere d’acquisto, ma lo stanno facendo soltanto in parte frenando così le pressioni al rialzo sull’inflazione.

Nei prossimi giorni sarà noto l’andamento degli stipendi nel primo trimestre, un elemento considerato importante da molti membri Bce in vista del calo dei tassi. Per Barclays l’aumento dei salari dovrebbe essere stato del 4% nel periodo, in calo dal 4,5% del quarto trimestre 2023. Un taglio dei tassi a giugno è considerato certo dai mercati che prevedono altre due riduzioni quest’anno.

Le divergenze in Europa sui salari

Sui salari reali ci sono ampie divergenze nell’Eurozona. In Portogallo c’è stato un aumento del 7%, mentre in Francia e Germania un calo del 3-4%. Secondo Unicredit le differenze sono legate innanzitutto ai diversi livelli di inflazione per pandemia e guerra: l’incremento del gas ha pesato in particolare per Germania e Italia. In secondo luogo per Unicredit i salari nominali hanno beneficiato in alcuni Paesi dell’indicizzazione degli stipendi (in Belgio) e degli aumenti del salario minimo (in Portogallo, Grecia e Spagna).

Le posizioni di Panetta e Cipollone sui salari

Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce, ha sottolineato nei giorni scorsi che «un’eccessiva attenzione all’andamento dei salari a breve termine potrebbe non considerare in pieno che la crescita dei salari può e deve avvenire affinché la ripresa dell’Eurozona, attualmente fragile, si consolidi». La crescita del pil dell’Eurozona nel primo trimestre è stata lievemente superiore alle attese Bce (+0,3% contro +0,1%) ma arriva dopo cinque trimestri di stagnazione.

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha osservato che i salari possono aumentare senza causare inflazione perché sono solo una componente dei costi totali e sono assorbiti in parte dai profitti delle imprese.

Statali, stipendi bassi e scarsa innovazione: fuga dal posto fisso. Ecco perché la Pa non attira più i giovani

Tratto da open.online

«Il posto fisso è sacro!», intimava Lino Banfi a Checco Zalone mentre lo schiaffeggiava in Quo Vado. Sebbene, però, siano passati solo otto anni dall’uscita del film del comico pugliese, i nuovi lavoratori sembrano avere un approccio molto diverso: avrebbero perso il fascino per la Pubblica Amministrazione. Un disamore fotografato dai numeri: solo nei ministeri, si sono persi 40mila dipendenti nell’arco di dieci anni. Mentre i dati del conto annuale del Tesoro indicano che nei Comuni la perdita è stata di oltre 60mila addetti. E i concorsi pubblici non sembrano attrarre particolarmente i giovani (e meno giovani) alla ricerca di un’occupazione. Fanno eccezione Inps e Fisco, che pagano meglio: sono previste 170mila assunzioni l’anno. Ma basteranno solo a coprire chi va in pensione.

Nord vs Sud

In controtendenza rispetto al trend generale, la scuola ha visto crescere assunzioni e personale: nell’ultimo decennio il dato è passato da un milione a un milione e 200mila dipendenti. Ma ci sono anche lavori nella Pubblica Amministrazione che i giovani non vogliono fare più, dagli ispettori del lavoro agli impiegati nei municipi. Questi sono i dati riportati dal Messaggero, che cita l’ultimo conto annuale del Pubblico impiego della Ragioneria generale dello Stato. La mancata aspirazione alla confortevole stabilità garantita dal «posto fisso» non è l’unico dato che sfata i luoghi comuni: per esempio, risultano esserci più dipendenti statali al Nord che nel Mezzogiorno. Nel Settentrione, infatti, risultano lavorare nei municipi 5,83 persone ogni mille abitanti, mentre al Sud il dato si ferma a 5,34.

Il futuro

Il disinteresse nei confronti del posto pubblico, tuttavia, potrebbe essere solo un fenomeno momentaneo. La «decrescita infelice» degli ultimi anni, infatti, sembra aver già subito una battuta d’arresto nel 2023. Quando, secondo le stime della Ragioneria, per la prima volta nel decennio il personale pubblico è tornato ad aumentare. Si tratta di una flessione quasi impercettibile: nemmeno 50mila dipendenti su un totale di 3,2 milioni. Ma potrebbe diventare più significativa nel prossimo futuro: i dipendenti pubblici hanno un’età avanzata (l’età media si attesta attorno ai 50 anni). E, dopo anni di blocco del turn over, le assunzioni sono riprese. La domanda adesso è: basterà sostituire chi va in pensione per risolvere il problema della carenza degli organici?

Con l’intelligenza artificiale 218mila dipendenti a rischio

Tratto da lentepubblica.it

Secondo una recente indagine, presentata al Forum Pa 2024, con l’Intelligenza Artificiale sarebbero a rischio 218mila dipendenti pubblici.


L’Intelligenza Artificiale sta entrando a pieno regime nel nostro quotidiano, tra vita privata e lavorativa.

Il legame con la Pubblica amministrazione, ad esempio, si fa sempre più stretto, grazie alla realizzazione di applicazioni innovative, che permettono di ottimizzare i servizi digitali della Pa.

Alcuni mesi fa, è stata presentata una ricerca svolta su un campione di 1600 dipendenti pubblici italiani. Secondo la maggior parte degli intervistati, l’utilizzo dell’IA avrebbe potuto aumentare la produttività e migliorare la qualità del lavoro.

Per la ricerca, solo l’8% degli intervistati aveva timore di perdere il lavoro.

Ma una recente indagine, presentata al Forum Pa 2024, mostra che l’IA potrebbe diventare un “pericolo” per  218mila dipendenti pubblici.
Ecco tutti i dettagli.

218mila dipendenti pubblici a rischio: gli effetti dell’Intelligenza Artificiale sulla Pa

Fpa, società del gruppo DIGITAL360, ha presentato la ricerca “L’impatto dell’Intelligenza artificiale sul pubblico impiego” al Forum Pa 2024, la manifestazione che si sta svolgendo al Palazzo dei congressi di Roma e che si chiuderà il prossimo 23 maggio.

L’introduzione dell’IA divide in due il mondo dei dipendenti pubblici: una parte, composta da 1,8 milioni di lavoratori (circa il 57%), potrà essere aiutata dalla nuova tecnologia, sia nello svolgimento che nell’arricchimento del lavoro.

Ma un’altra parte, composta da circa 218mila dipendenti, potrà essere del tutto sostituita nelle mansioni, rischiando il posto a causa dell’Intelligenza Artificiale.

Al primo gruppo appartengono i dipendenti che fanno lavori più ricchi di contenuti e creatività. Come insegnanti, ricercatori, funzionari in ruoli direttivi, architetti, ingegneri e professionisti della sanità.

Nel secondo gruppo, invece, troviamo ruoli meno specializzati, che svolgono compiti ripetitivi e prevedibili, che potrebbero essere svolti in maniera automatizzata.

L’Intelligenza Artificiale, perciò, si pone come chiave per l’arricchimento e la semplificazione delle mansioni lavorative, aumentando la produttività e tagliando i costi.

Ma influenzerà anche l’organico, tagliando fuori gli impieghi più poveri di contenuti creativi.

Le dichiarazioni in merito

Sulla questione, è intervenuto Gianni Dominici, Amministratore Delegato di FPA:

“L’intelligenza artificiale sta tracciando i confini di un nuovo modo di concepire il lavoro pubblico. L’impatto nella PA sarà forte sia in termini qualitativi che numerici ed è destinato via via ad intensificarsi con i progressi delle soluzioni IA. Le professioni ad alta specializzazione come i ruoli direttivi, i dirigenti e i professionisti hanno un forte potenziale di collaborazione, mentre quelle poco specializzate e routinarie sono vulnerabili alla sostituzione, suggerendo la necessità di una riconsiderazione dei ruoli e di una riqualificazione per mitigarne gli effetti. La rivoluzione dell’IA rappresenta la ‘terza ondata’ di trasformazione per il settore pubblico degli ultimi 15 anni, dopo la spending review e la pandemia”.

Come dichiarato da Carlo Mochi Sismondi, presidente di Fpa:

“Di fronte a un simile impatto, la pubblica amministrazione è chiamata ad una riforma strutturale. Serve una revisione dei processi di formazione, orientata allo sviluppo di competenze come creatività, adattabilità, pensiero critico e laterale e soft skill, che possono qualificare il lavoro liberato da mansioni ripetitive e routinarie. A livello organizzativo, bisogna abbandonare la logica gerarchica e burocratica per introdurre la flessibilità necessaria a gestire il cambiamento. Mentre la dirigenza è chiamata ad abbandonare la cultura dell’adempimento verso una per obiettivi e risultati”.

IL Presidente di DIGITAL360, Andrea Rangone, invece, ha detto:

“L’adozione dell’IA è un processo inarrestabile e una sfida tecnologica che riguarda tutti, imprese, cittadini e anche la PA, dove il ricorso ad algoritmi intelligenti può rivelarsi una potente leva di innovazione, in grado di ripensare l’organizzazione del lavoro, come la gestione e l’erogazione dei servizi. La capacità di governo dei processi di innovazione sarà fondamentale nella gestione di questo paradigma che, se sostenuto da competenze adeguate, può essere un elemento di discontinuità per tutte le amministrazioni”.

Taglio pensioni dal 2025: le penalizzazioni nella PA

Tratto da pmi.it

Come noto, la Manovra 2024 prevede un taglio alle pensioni future di alcuni dipendenti pubblici: niente penalizzazione sul calcolo dell’assegno di vecchiaia e sui trattamenti anticipati purché maturati entro il 31 dicembre 2023 ma ricalcolo della quota retributiva per cinque gestioni ex INPDAP per i lavoratori che dal 2025 scelgono la pensione anticipata.

Si applica in particolare una riduzione delle aliquote di rendimento per tutte le pensioni anticipate con sistema misto maturate dal 2024 da questi lavoratori, con un taglio che però si alleggerisce per il personale sanitario.

Inoltre, sempre dal 2025 si allungano le finestre di decorrenza per le pensioni anticipate, che a regime (dal 2028) dureranno addirittura nove mesi.

Vediamo tutto.

Taglio pensioni PA: regole 2024 e 2025

La platea di dipendenti coinvolta dalle nuove penalizzazioni in Manovra 2024 riguarda gli iscritti alle ex gestioni CPDEL (dipendenti enti locali) CPS (sanitari), CPI (insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate) e CPUG (ufficiali giudiziari), prima confluite nell’INPDAP e poi nell’INPS.

Per questi lavoratori, il calcolo della quota di pensione maturata nel sistema misto subisce una penalizzazione a causa dell’aggiornamento delle aliquote di rendimento applicate alla parte retributiva della pensione per chi ha fino a 15 anni di contributi versati entro il 31 dicembre 1995, con un meccanismo che penalizza maggiormente chi ha meno contributi nel retributivo: via via, il taglio decresce fino ad azzerarsi con 15 anni di contributi precedenti al 1996.

Pensioni escluse dal taglio

Sono escluse da questo taglio le pensioni di vecchiaia. Quindi, i dipendenti pubblici delle quattro gestioni sopra riportate che scelgono la pensione di vecchiaia continueranno ad avere l’assegno previdenziale calcolato con le precedenti aliquote. Salvi anche coloro che vengono collocati a riposo per d’ufficio per limiti di età (di norma a 65 anni).

A chi si applica il taglio pensione anticipata

La penalizzazione riguarda chi sceglie la pensione anticipata escludendo soltanto quello che ne hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2023 anche se poi vanno in pensione in un momento successivo: quel che rileva è il momento in cui viene maturato il diritto.

Chi raggiunge i requisiti per la pensione anticipata a partire dal 1° gennaio 2024 in poi avrà un assegno ridotto, applicando i nuovi coefficienti contenuti nella Legge di Bilancio.

L’entità del taglio dipendente sempre dagli anni di contributi versati precedentemente al 1° gennaio 1996 e, come detto, si azzera con 15 anni di versamenti a questa data.

Lo sconto per il personale sanitario

Il Governo ha introdotto in Manovra 2024 (con specifico emendamento al Ddl n. 926) un meccanismo più favorevole per il personale sanitario, a cui la penalizzazione viene ridotta di 1/36 per ogni mese di posticipo del pensionamento. Significa che, dopo tre anni dalla maturazione del diritto alla pensione anticipata, il taglio si azzera.

La pensione anticipata si raggiunge a 42 anni e dieci mesi per le donne e a 41 anni e dieci mesi per gli uomini, dunque il personale sanitario andrà in pensione anticipata senza penalizzazione solo a partire da 45 anni e dieci mesi di contributi, uno in meno per le donne.

Finestre mobili più lunghe dal 2025

Di contro, viene introdotta una nuova misura volta a compensare in parte la maggiore spesa: dal 2025, scatta un incremento della finestra mobile sulle pensioni anticipate.

La finestra di uscita resta di tre mesi per l’anno 2024 mentre sale:

  • a quattro mesi nel 2025,
  • a cinque mesi nel 2026,
  • a sette mesi nel 2027
  • a nove mesi dall’anno 2028.

Sintesi modifiche alle pensioni pubbliche

In sintesi, la modifica sulle pensioni degli iscritti alle ex gestioni CPDEL (dipendenti enti locali) CPS (sanitari), CPI (insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate) e CPUG (ufficiali giudiziari), funziona nel seguendo modo:

  • pensione di vecchiaia (67 anni di età): non cambia nulla e non si applica la nuova penalizzazione;
  • collocamento a riposo d’ufficio nella PA (in genere 65 anni): anche in questo caso non cambia nulla e non ci sono tagli;
  • pensione anticipata (42 anni e dieci mesi, uno in meno per le donne) e pensione precoci (con la Quota 41): nuove aliquote penalizzanti per chi matura i requisiti dal 1° gennaio 2024, con:
    • riduzione del taglio di 1/36  di per ogni mese in più di permanenza al lavoro solo per il personale sanitario;
    • decorrenza pensioni anticipate con finestre mobili più lunghe (9 mesi a regime dal 2028).

pmi.it – Taglio pensioni dal 2025: le penalizzazioni nella PA

Pubblica amministrazione, il piano Zangrillo: progressioni di carriera decise dai dirigenti. “Promozioni non più solo per concorso”

ilfattoquotidiano.it

Il ministro della Pubblica amministrazione, il forzista Paolo Zangrillo, con un’intervista al Messaggero, ha tracciato i contorni di una riforma sulle progressioni di carriera negli uffici pubblici: non solo concorsi e selezioni interne, per Zangrillo è ora che nelle promozioni il giudizio dei dirigenti abbia un ruolo di primo piano. “La volontà è di rendere più flessibili le possibilità di avanzamento del personale nella Pubblica amministrazione, assegnando ai nostri dirigenti un ruolo determinante nella crescita delle persone. Cosa che oggi non esiste“……continua a leggere


Brevi considerazioni personali

Non oso immaginare ciò che potrà accadere se dovesse passare questa proposta.

Abbiamo già visto il malcontento scatenato dalle valutazioni dei dirigenti che ogni anno sono chiamati a compilare le schede di valutazione del personale del comparto per l’erogazione del compenso relativo alla performance. Figuriamoci cosa potrà accadere se, oltre alla percentuale di premio da erogare, il dirigente potrà decidere le promozioni.

A parte la discrezionalità (che può trasformarsi in arbitrio), i dirigenti sapranno resistere al canto delle sirene della politica?

Se un partito politico, specialmente in periodo elettorale, dovesse sponsorizzare la promozione di alcuni dipendenti, il dirigente generale (e a cascata gli altri dirigenti) quanto si opporrà per promuovere, invece, i migliori?

PA, SECONDO LA CORTE CONTI LA VALUTAZIONE DELLA PERFORMANCE DEI DIPENDENTI POCO EFFICACE. I PREMI PAGATI AI DIPENDENTI PUBBLICI SENZA PRESUPPOSTI MERITOCRATICI

Il controllo eseguito sulle premialità riconosciute ai dipendenti delle PA centrali nel triennio 2020-2022 evidenzia la diffusa indicazione di obiettivi particolarmente bassi e autoreferenziali, oltre alla scelta di indicatori di performance poco sfidanti. E’ quanto rileva la Corte dei conti nell’analisi, approvata con Delibera n. 62/2024/G, che la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato ha condotto sull’effettività del Sistema di misurazione e valutazione della performance dei dipendenti pubblici, previsto dal decreto legislativo n. 150/2009. I risultati emersi – specifica la magistratura contabile – evidenziano l’appiattimento verso l’alto delle valutazioni del personale, la conseguente attribuzione di premialità senza adeguati presupposti meritocratici e l’insufficiente efficacia del sistema di misurazione e valutazione, inidoneo a determinare in maniera uniforme e pienamente adeguata la qualità delle prestazioni dei dipendenti pubblici. Se la logica istitutiva degli Organismi Indipendenti di Valutazione è legata all’unificazione dei compiti prima svolti dai servizi o dagli uffici di controllo interno delle PA e all’uniformazione delle modalità di verifica delle prestazioni, l’assenza nell’attuale sistema di parametri realmente omogenei – conclude la Corte – è un rischio di allontanamento dagli scopi ispiratori della norma. Corte dei conti Ufficio stampa

Cassazione: licenziato il lavoratore che offende l’azienda su Facebook

Tratto da lavorosi.it

Con l’ordinanza n. 12142 del 06.05.2024, la Cassazione afferma che è legittimo il licenziamento del lavoratore che, in un post su Facebook, qualifica in modo offensivo e dispregiativo l’azienda, utilizzando termini altamente lesivi dell’immagine della stessa (sul medesimo tema si veda: Il diritto di critica del lavoratore: la posizione assunta negli anni dalla giurisprudenza).

Il fatto affrontato

Il lavoratore impugna giudizialmente il licenziamento irrogatogli per aver postato su Facebook affermazioni diffamatorie nei confronti del datore e dei vertici aziendali.
La Corte d’Appello rigetta la predetta domanda, ritenendo il recesso proporzionato alla gravità della condotta, idonea ad incrinare il rapporto fiduciario.

L’ordinanza

La Cassazione – nel confermare la pronuncia di merito – rileva, preliminarmente, che la diffusione su Facebook di un commento offensivo nei confronti della società datrice di lavoro integra gli estremi della diffamazione.

Invero, per la sentenza, il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti e, come tale, risulta rilevante anche da un punto di vista penale.

Secondo i Giudici di legittimità, ne consegue che una tale condotta ben legittima il recesso dal rapporto di lavoro da parte dell’azienda, che si vede offesa e denigrata dinanzi ad una platea molto ampia.

Su tali presupposti, la Suprema Corte rigetta il ricorso proposto dal dipendente e conferma la legittimità dell’impugnata sanzione espulsiva.

Il presidente della Regione sollecita i dipartimenti su Rendiconto 2023

Entro venerdì prossimo, 24 maggio, tutti i dipartimenti regionali dovranno far pervenire alla Ragioneria generale i dati propedeutici alla predisposizione del Rendiconto generale 2023. Lo prevede una circolare firmata dal presidente della Regione con la quale si accelera sul completamento delle procedure, necessarie per la chiusura del documento finanziario grazie al quale si procederà allo sblocco di altri pagamenti da parte della Regione.

Il mancato rispetto dei tempi sarà considerato grave inadempienza dirigenziale e diventerà oggetto di apposita valutazione da parte della giunta regionale per l’eventuale applicazione di sanzioni, compresa la revoca dell’incarico. Nelle scorse settimane, il governatore aveva stigmatizzato la mancata chiusura del riaccertamento dei residui, convocando in giunta i dirigenti generali dei dipartimenti in ritardo nell’adempimento. Un intervento che si è rivelato decisivo nella conclusione delle procedure con il contestuale sblocco della spesa pari a due miliardi di euro….. (leggi l’articolo)

RICONOSCIMENTO CONTRIBUTI PREVIDENZIALI DEI DIPENDENTI REGIONALI STABILIZZATI. RICONOSCIMENTO DEL LAVORO SOCIALMENTE UTILE O PER PUBBLICA UTILITÀ COME LAVORO SUBORDINATO

Palermo 17 maggio 2024 – Come è noto, i periodi di lavoro LSU sono coperti da contribuzione
figurativa, valevole ai fini della maturazione del diritto alla pensione, non incidendo però sulla misura della stessa: il periodo trascorso a svolgere LSU va considerato, quindi, nel computo dei periodi utili a maturare l’anzianità contributiva necessaria alla pensione, ma non aumenta l’ammontare della prestazione, a meno che non vengano riscattati a titolo oneroso i periodi interessati ove ne ricorrano le condizioni normative.
Il lavoro socialmente utile (LSU) svolto dal 1/8/1995 può essere riscattato per aumentare la misura dell’assegno di pensione, con costi diversi a seconda del momento in cui si colloca l’attività di LSU.
Va comunque fatta una distinzione per effetto dell’art. 8 del decreto legislativo 468/1997: per le attività LSU è oggi prevista una contribuzione figurativa utile sia per il diritto che per la misura di tutte le pensioni, se prestate fino al 31/7/1995 e solo per diritto a pensione se prestate dal 1/8/1995.
Ciò significa che per le attività LSU per cui è stato erogato il relativo assegno fino al 31.07.1995 il lavoratore non deve farsi carico di alcun onere per avere riconosciuti questi periodi ai fini pensionistici.
Diversamente, per fare in modo che l’accredito effettuato dal 1° agosto 1995 sia considerato utile per far aumentare l’importo dell’assegno pensionistico, è necessario che il lavoratore riscatti tali periodi a titolo oneroso cosicché rientreranno nel sistema di calcolo retributivo o contributivo in base alla durata dei periodi assicurativi e alla loro collocazione temporale.
Da simulazioni effettuate risulta economicamente insostenibile sia il riscatto, per l’entità degli importi da versare (in media più di 5 mila euro di spesa annua pro capite), sia la successiva ricongiunzione onerosa tra le diverse casse previdenziali. Il costo di un eventuale riscatto non può essere certamente sostenuto da soggetti che percepiscono poco più di mille euro mensili.
Con queste regole e in regime contributivo si determina una situazione paradossale per decine di migliaia di lavoratori di tutta Italia, la maggior parte nelle regioni meridionali, che percepiranno una pensione non tanto diversa da quella sociale.
Il COBAS-CODIR, che da anni, con tutti i governi succedutisi, chiede il riconoscimento dei contributi previdenziali per i lavoratori che hanno svolto lavori socialmente utili prima della loro assunzione, ha recentemente incontrato esponenti politici regionali che hanno garantito, a breve, l’audizione con la 10ª Commissione permanente del Senato “Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale” sul disegno di legge di iniziativa parlamentare, numero 539 che tende a regolarizzare per i lavoratori che hanno svolto lavori socialmente utili le posizioni previdenziali riconoscendo loro, ai fini pensionistici, i periodi di precariato per cui non venivano, in alcun modo, versati contributi.
Il COBAS-CODIR ha già da tempo, quindi, avviato tutte le procedure ritenute necessarie per risolvere la questione dal punto di vista normativo, quindi politico/parlamentare (unica strada percorribile per una soluzione complessiva della vertenza) e sta seguendo tutti i passaggi parlamentari del disegno di legge suddetto. Altre strade, tra le quali quella giudiziaria, rischiano di essere fallimentari anche alla luce di recenti e assimilabili precedenti giurisprudenziali con esito negativo, restando purtuttavia in costante contatto con i propri legali per seguire tutte le novità sul tema.

Statali, interessi quadruplicati in banca per l’anticipo del Tfs

Tratto da PAmagazine

Facciamo un passo indietro lungo 5 anni. Era il 2019 quando l’allora ministra della Pa, Giulia Bongiorno, annunciava la possibilità per i dipendenti pubblici di farsi anticipare i soldi del Tfs/Tfr in banca, fino a 45 mila euro, a un tasso di interesse favorevole. Ma dal 2019 a oggi la situazione è cambiata drasticamente. Rispetto a cinque anni fa, infatti, la spesa per gli interessi legata all’anticipo del trattamento in banca è quadruplicata. All’inizio il tasso praticato dagli istituti di credito si posizionava poco sopra l’1%, mentre adesso l’asticella supera il 4%. Il tasso di interesse applicato dalle banche sugli anticipi è il risultato della somma del rendistato e dello spread, che è sempre pari allo 0,5%. Nel dicembre del 2019 il rendistato generale stava a 0,898%. Oggi invece, indica l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, si posiziona poco sopra il 3,6%. Così la misura pensata per favorire gli statali in pensione alla fine sta favorendo soprattutto le…banche!

Il bollettino

L’Inps nelle scorse settimane ha chiuso, per esaurimento delle risorse, il rubinetto degli anticipi a un tasso di interesse dell’un per cento. Quindi i dipendenti pubblici che non vogliono (o non possono) aspettare un lustro, e oltre, prima di vedere i soldi del Tfs, ora non hanno altra alternativa se non quella di pagare il “pizzo” agli istituti di credito che, in convenzione con lo Stato, prestano agli statali il denaro della liquidazione. Per i prestiti più lunghi il rendistato sale addirittura al 4,2%, portando il tasso di interesse finale al 4,7%. Per i prestiti più brevi va leggermente meglio: il rendistato al 3,4% si traduce in un tasso di interesse che sfiora il 4%. Per 45 mila euro di anticipo, dunque, la spesa per gli interessi oscilla in banca tra 1800 euro e 2150 euro. Cinque anni fa ne bastavano meno di 500.

La normativa

Recentemente anche il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, nella Relazione di verifica sull’attività dell’istituto nel 2023, è tornato sul tema del pagamento ritardato del Tfs/Tfr ai dipendenti pubblici cessati dal servizio. «Si registrano strozzature nella liquidazione del Tfr e del Tfs dei lavoratori pubblici, in parte ascrivibili a una normativa che andrebbe modificata, in parte frutto di problematiche organizzative interne», così il Civ dell’Inps. La normativa che autorizza il pagamento differito del trattamento nel pubblico è stata bocciata dalla Consulta con una sentenza di giugno scorso. Per modificarla sono state avanzate anche delle proposte di legge mirate, che però si sono scontrate contro il muro delle coperture alzato dalla Ragioneria dello Stato.