Performance dei regionali: non è solo il Dipartimento Lavoro, è il sistema che fa acqua
I dipendenti del Dipartimento Regionale del Lavoro sono ancora in attesa di percepire i premi legati alla performance. Ma focalizzarsi esclusivamente su un singolo settore rischia di restituire una fotografia parziale: la verità è che gli altri dipartimenti non hanno anticipato chissà di quanto i tempi, e sono diverse le strutture della Regione Siciliana che in queste settimane condividono la medesima attesa.
Una situazione di stallo che riaccende la protesta, ma che rischia di indirizzare il malcontento sui bersagli sbagliati.
Archiviata la surreale parentesi della richiesta di un addendum successivo alla sottoscrizione del contratto decentrato integrativo — un ostacolo fortunatamente superato —, il vero nodo critico non è imputabile a ritardi specifici di questo o quell’ufficio, ma a un sistema che mostra falle strutturali profonde.
A scanso di equivoci e per evitare di puntare il dito contro il capro espiatorio di turno — sia esso il Dipartimento della Funzione Pubblica o le organizzazioni sindacali —, bisogna guardare alla radice normativa del problema.
Il sistema della performance, introdotto dal decreto legislativo n. 150/2009 voluto dall’allora ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, stabilisce con chiarezza che la validazione della performance dovrebbe avvenire tassativamente entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di riferimento. È da quella data che, idealmente, dovrebbe sbloccarsi l’iter per i pagamenti.
Ma la realtà della Regione Siciliana viaggia su un binario diverso.
Accade spesso che alla Funzione Pubblica arrivino dai Dipartimenti dati incongruenti su assenze e valutazioni, etc. per i quali è costretta a chiedere correzioni o integrazioni.
Il Dipartimento del Lavoro sconta, tra l’altro, una complessità strutturale enorme: è uno dei dipartimenti più grandi della Regione, con una miriade di uffici periferici dislocati su base provinciale. Ma il punto è che questo schema va in scena ciclicamente, identico a se stesso, dodici mesi dopo dodici mesi.
Purtroppo abbiamo la memoria corta. Ogni autunno ci si stupisce dei ritardi, dimenticando che il problema è strutturale e organizzativo.
I sindacati fanno la loro parte chiudendo i contratti e la Funzione Pubblica gestisce una mole di dati immensa con gli strumenti che ha. Ma il modello attuale è inadeguato a reggere l’urto di una macchina amministrativa così complessa. Finché la catena dei controlli e dei flussi informativi continuerà a dipendere da passaggi frammentati, uffici isolati e correzioni in extremis, i lavoratori continueranno a pagare il prezzo di un sistema farraginoso.
Se non si mette mano a una vera digitalizzazione preventiva e a un’autentica responsabilizzazione dei singoli uffici periferici nel rispetto delle scadenze — a cominciare da quel termine del 30 giugno previsto dalla legge —, continueremo a commentare gli stessi ritardi, anno dopo anno, illudendoci che il problema sia l’ultimo adempimento estivo e non una catena di montaggio che fa acqua da tutte le parti.